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venerdì, 02 giugno 2006

- Le biciclette dei cinesi -


- Sono arrivati i cinesi! -

Questa fu l'esclamazione che mi colse scendendo le scale di casa.
Ad aspettarmi un bimbo riccioluto, un po' più basso della media e un anno in meno di chi vi racconta questa storia.

- Eccoli, eccoli -

Continuava concitato, mentre mi portava per mano dietro una macchina parcheggiata poco lontano a far si che gli "stranieri" non ci vedessero.
Rei, nella nostra giovane età, di aver visto "veri cinesi" solo in cartoni animati "scrausi", cercavamo un approccio con chi ci sembrava tanto diverso da noi e quindi curiosamente affascinante.

 

Quel giorno non fu particolarmente fortunato per noi.
Gli occhi a mandorla, come li avevamo prontamente, quanto banalmente nomati, non si erano fatti vedere quel giorno.
Non almeno fino all'ora di cena, quando dovemmo abbandonare il nostro punto d'osservazione, richiamati dalle urla materne, che ponevano fine all'ennesima estiva giornata di gioco.
Al mattino ricordo, solitamente eravamo al mare.
Quel giorno no: noiosamente "abbacchiati" a sbadigliare in giardino davanti un libro per le vacanze che ciclicamente veniva abbandonato per poi esser ripreso i primi giorni di settembre quando le vacanze erano agli sgoccioli e il terrore de "La maestra controlla i compiti" veniva a ripresentarsi.
Il capo chino, le spalle ricurve seduti su sedie di plastica, tra le dita o le labbra la matita, mentre l'altra mano reggeva il mento.
In quella fresca calura benedetta dall'ombra di limoni e peschi carichi, la nostra fantasia viaggiava più del dovuto (ma quando poi si può dire diversamente?) correndo a quella che era diventata la notizia del mese, tanto da farci pensare di poter riempire così, con quello scoop, la prima pagina del mai nato Corriere del Sole.


Dai giardini quasi confinanti, approfittando della temporanea assenza "dei grandi", ci scambiavamo messaggi nel famoso alfabeto muto.
Ne veniva fuori, data la velocità con la quale avevamo imparato a comunicare, una strana danza, di certo incomprensibile e buffa a chi poteva vedere solo uno dei due.
In realtà quello era l'unico modo in cui riuscivamo a parlare senza che genitori e familiari intenti nelle faccende di casa, odendo il botta&risposta tra i giardini, uscissero intimandoci di riprender lesti le matite in mano e studiare.
E poi, i cinesi, di certo non avrebbero capito che stavamo parlando di loro a quella maniera.

 

Intanto ci eravamo documentati attingendo notizie da qalche ragazzo più grande che viveva nel nostro stesso condominio. Uno di loro prese un libro e ci mostrò in fotografia una piazza enorme, dove campeggiava un ritratto enorme di un cinese enorme; e tutt'intorno altri cinesi più piccolini su biciclette piccoline anche loro.
Eppure quella piazza, l'avevo già vista, si!
Sicuramente alla televisione. Adesso posso dire con certezza che era passato poco più di un mese da quando i tg avevano fatto il loro mestiere portando in onda le immagini di una Tien an men mostruosa.
Periodo, anno di icone quello: un muro che crolla, su tutti: un uomo che portava quasi sempre capportti pesanti anche in estate ed un qualcosa di rosso sulla fronte: allo stesso scoprii poi, diedero il Nobel per la pace; e infine un italiano con la gobba e le orecchie a sventola, più giovine di ora, ma già tappa obbligata di ogni imitatore.

 

Benchè tra richieste di informazioni, messaggi muti e altro tempo perso inchiacchiere, i compiti da fare erano ancora tutti li, avemmo il pomeriggio libero.
Per grazia concessa dai nostri genitori, ci ritrovammo così nel cortile con le nostre piccole Graziella , rosa una, arancione l'altra.
E di nuovo pronti ad appostarci, seppur con qualche difficoltà in più, dietro le macchine, con un piede pronto sul pedale in caso di una probabile ritirata strategica.
Passammo così un intero pomeriggio, fantasticando ora sulle biciclette, ora seduti sull'asfalto all'ombra della solita macchina parcheggiata.
Per dovere di conoscenza (ma si trattava di curiosità bambina), avevamo rinunciato a fare la pista per le macchinine nel giardino, gioco che in quel periodo tra di noi andava per la maggiore.
E' bene però specificare che, con le ginocchia nel terreno, eravamo capaci di metter su una pista a dir poco fantastica.
Salite, discese, cunicoli e ponti messi li con l'ausilio delle costruzioni di plastica.
Due, tre ore di duro lavoro ad ingegnarci di come, dove e soprattutto con cosa dovevamo creare.
E come una punizione, arrivava l'orario di cena e la nostra pista rimaneva li, magari non ancora usata; ma il gioco forse era tutto li: il giorno dopo ne avremmo creata un'altra, e così via, finchè anche quel passatempo non ci sarebbe andato a noia.

 

Il pomeriggio però, non era ancora terminato. Meriggio fruttuoso quello, anche se la vicenda girò in maniera strana.
Dicevo prima, che eravamo nascosti dietro la nostra solita Uno bianca, quando li vedemmo arrivare.
Erano in due, su due biciclette.
Nulla di strano se non fosse che erano moderne mountain bike.
Ricordo di aver pensato che qualcosa non andava, se i cinesi avevano delle nuovissime e coloratissime mountain bike, invece di quelle piccole biciclette nere che si vedono in tutte le foto di Pechino.
Borbottarono qualcosa tra di loro, mentre con noncuranza ci passarono davanti.
Li seguimmo per un po' con lo sguardo, zittiti e con le bocche spalancate dallo stupore.

- Ma pallone come si dice in cinese? -
- Ed io che ne so? -

risposi non capendo il perchè di quella strana domanda.

- Hanno parlato di pallone, li ho sentiti adesso che son passati -

Pensai dunque, nella mia fanciullesca ignoranza, di avere a che fare con un compagno di giochi poliglotta; che poi cosa aveva capito? Niente di meno che il cinese. Mica una lingua così! No! Il ci - ne - se .

 

Avevamo i minti contati: mancava poco al richiamo della cena, ma avevamo sentito parlare gli stranieri! Eravamo fieri di noi stessi. Eccitati come solo una scoperta da bambini può eccitare.
Ma era destino che quello sarebbe dovuto essere il nostro pomeriggio: i due ragazzi sulle mountain, tornarono poco dopo con un pallone sotto il braccio.
Fu allora che ci videro, seduti sul muretto del condominio, dove eravamo in attesa che i "grandi" ci richiamassero a casa.
Forse si scambiarono tra di loro qualce cenno di intesa, ma io non li vidi, impegnata com'ero a parlare di quell'incontro con il mio amico.
Ci accorgemmo di loro solo quando sentimmo tirare i freni delle bici proprio alle nostre spalle.

 

- Giocate con noi? -

La vocina poco dietro di me aveva parlato.
Mi girai, anzi ci girammo lentamente come se avessimo paura di trovare chissà cosa, chissà chi.
In un film questa scena sarebbe stata montata rallentandola infinite volte.

- Abbiamo il pallone -

Disse quindi il pi grande dei due, con la sfrontatezza dei bambini insicuri, ridestando il mio amico e me da quella confusione mentale ci stava avvolgendo.

 

Inutile stare qui a dire che dopo qualche tiro a pallone, qualche scambio di figurine e un giro in bici, scoprimmo che i cinesi non erano cinesi.
Passammo con loro tutte le nostre estati, almeno fino all'avvento del nuovo millennio, quando le nostre strade di neo diplomati, ci portarono lontani gli uni dagli altri.
Ogni tanto li rivedo: ci si incontra, si gioca ancora, ma le macchine hanno sostituito le biciclette
Ogni tanto incrocio i loro occhi e sorrido.

Forse non erano così a mandorla come sembravano.

 

L'ho scritto io alle 17:56

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