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giovedì, 19 aprile 2007

- Il sogno di Clara -

[…] si ritrovò all’improvviso al centro di un campo immenso . Istintivamente portò gli occhi li dove doveva esserci il suo pigiama; quello infantile, quello vecchio, rosa con orsetti rosa, quello che non aveva mai avuto il coraggio di buttare .
Quello che nessuno mai avrebbe pensato potesse indossare .

Megera la chiamavano tra quelle quattro mura .
E l’occhiale a giorno, lo sguardo serio e tailleur sempre impeccabili, non servivano certo a farla risultare simpatica .
Aveva poi, una camminata leggera, anche con il peggior tacco di questo mondo, cosa che, se da una parte riscoteva l’invidia delle donne, portava agli omuncoli li attorno, fantasie fin troppo ben identificate .

Ma non c’era più nessuno sopra di lei .
Stop .
Era lei che mandava avanti la baracca, e in un modo o nell’altro, tutti lo sapevano .
Provava un’amara soddisfazione nel vederli strisciare, li davanti a lei, quando desideravano qualcosa, o, ancora meglio, quando erano a rapporto nel suo ufficio .
Ufficio color mogano . Lucido . Da cima a fondo .
Merito di Bettina si . L’unica alla quale Megera dava confidenza .

Grossa donna, sulla sessantina . Un passato come segretaria in una ditta di trasporti . Si vociferava in giro che da giovane fosse bella .
Era il tempo delle calze di seta, di quelle con la cucitura che spaccava i polpacci, di ore a rammendarle quando si rovinavano; dei cappotti rigirati, riadattati e rimessi a nuovo, dei berretti e delle messe in piega tutte uguali .
Poi era finita li, a tenere in ordine quell’ufficio . E l’aveva capito subito Bettina, si, l’aveva capito che in fondo dietro quei vestiti si nascondeva una donna insoddisfatta .
Giorno dopo giorno era riuscita a conquistarla, e quante volte si era fermata dopo l’orario di lavoro a chiacchierare, a consolare, a raccomandare, a passare una mano sui capelli lisci di quella che lei chiamava amorevolmente e scherzosamente, Capo .

Anche quella sera che si era tardato assai, portò un recipiente avvolto in un panno nell’ufficio del Capo .
La trovò li, china su quelle mille scartoffie, gli occhiali posati in un angolo della scrivania, la mano sinistra a reggere mollemente una penna elegante .
Si fermò ad osservarla ad un paio di passi dalla scrivania . La pasta al forno sembrava voler uscire dalle mani paffute di Bettina, tanto l’odore . Si fermò e scrutò, con quel suo sorriso materno, ogni piccola ruga di quella ragazza cresciuta troppo in fretta . Di quella donna che aveva una carriera splendida e poi?
Pensò ai suoi figli, quelli grandi che aveva avuto dal suo unico marito -pace all’anima sua - , chissà ora cosa facevano, che ora era li, in quel paese straniero che li aveva accolti .
Ma la destò quel movimento che Clara, il Capo, fece con la schiena . Come quando si cerca la posizione più comoda in un letto scomodo . Mugugnò qualcosa e lasciò le labbra socchiuse . Labbra pallide, così come la carnagione, senza un neo, un’imperfezione . Poi la mano destra portò sotto la testa .
E sembrò di vedere su quel volto stanco e giovane, anche un sorriso spuntare, mentre le ciglia, adagiate dolcemente, compievano rapidi movimenti, guidati da quelli delle palpebre .

[…] Si guardò poi intorno, mentre un vento caldo le scompigliava i capelli castani . Le mani insistevano nell’acconciarli alla meglio, si girava e rigirava controvento, e quello stesso vento, come a farle un dispetto cambiava continuamente direzione . Un’enorme distesa verde . Non se ne vedeva la fine, così come non si vedevano case, persone, segni di civiltà . Solo il rumore dell’erba e quello dei passeri che volavano così vicino a lei .
Sembrò tranquillizzarsi, non dava nemmeno più peso a quei capelli che oramai non avevano forma, quando sentì un rumore .
Si girò intorno .
Nulla .
Ma quel vociare ora, iniziava a farsi più insistente .
Ma nulla . Non vedeva nulla .
Eppure sentiva che in tutto questo nulla la poteva scalfire . Nulla la inquietava .

Una spinta e si ritrovò a terra, la faccia tra l’erba fresca . Quando alzò il viso, incontrò quello di un ragazzo dai pantaloni strappati a memoria di ogni caduta, i capelli non cortissimi davanti gli occhi, le guance arrossate e un’espressione indisponente .
Rimasero ad osservarsi in quella posizione per quanto tempo?
Poi un cenno del ragazzo con il capo, ad indicare la fine del campo (allora aveva fine?) .
Clara si sollevò e per la prima volta assaporò la dolcezza dell’erba sui piedi nudi .

Non si parlarono .
Quando egli vide che si alzava, iniziò di nuovo a correre .
Clara lo seguì, e già la fine del campo non si vedeva più .

Nel sogno solo la eco delle risate .

 


L'ho scritto io alle 09:48

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